Anziché ri-fletterci nella realtà, assolutizziamo le nostre "certezze-illusioni"; è assai pericoloso guardare alla nostra realtà personale e alla realtà globale come se fossero "paradisi di perfezione", così rendendoli "inferni d'irrealtà".
Il dubbio ci fa paura perché, attraverso di esso, scopriremmo cosa si nasconde nel "profondo" di noi e della realtà; preferiamo, invece, "negarci" a ciò-che-siamo, continuando a nascondere le nostre contraddizioni che, anziché eliminarsi (come vorremmo) o mediarsi (come dovremmo), si assolutizzano e rischiano di manifestarsi sempre più spesso in maniera imprevedibile nel dis-umano dominante e trionfante.
Accogliere in noi la sfida del dubbio significa "rischiare" positivamente, lavorando pazientemente a togliere il velo d'ipocrisia che abbiamo calato tra noi e la realtà, a cominciare dalla nostra relazione con noi stessi. Il "metodo del dubbio" è tutt'altro che indolore ma appartiene a quei "traumi" che bisogna vivere per ri-tornare a vivere.
Il dubbio è in noi, è una nostra facoltà, un nostro talento e il suo esercizio è esercizio di consapevolezza e di responsabilità storica dell'essere umano che, progressivamente, "si fa" persona umana-soggetto storico.
Il dubbio scopre e ci svela le nostre contraddizioni e ci "restituisce" ad esse, ci ri-congiunge con la verità dinamica di noi e con la verità dinamica del mondo-della-vita, facendoci ri-appropriare della realtà.
Il dubbio è "anima" del pensiero critico e di quella che chiamo "filosofia della ri-appropriazione".
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