Non comprendiamo l'imprevedibile ma quello governa le nostre vite, è più reale di ciò che vediamo, quantifichiamo, misuriamo, governiamo. Viviamo nella illusione della certezza della prevedibilità, che è "certezza della certezza" perché ci convince che tutto ciò che chiamiamo vita sita sotto il nostro controllo, o almeno lo possa essere. Questo è il segno della nostra dis-umanità.
La dis-umanità è nella nostra convinzione malata di poter aver il mondo ai nostri piedi, di poter essere spettatori dei disastri che vediamo in nome del "non dipendono da noi". Cancelliamo ogni nostra responsabilità possibile, classificando gli altri come barbari, come coloro che non accolgono e non praticano i "nostri" valori, diversi.
Abbiamo un atteggiamento lineare nei confronti delle culture differenti dalla nostra e ci guardiamo bene dal lasciarci "contaminare"; rifiutiamo il meticciato in nome della nostra presunta purezza, della certezza della nostra identità. Non consideriamo le informalità e le transizioni come parte fondamentale della realtà - dunque non abbiamo un pensiero laterale, profondo, critico - e questo ci porta a subire la realtà stessa, prigionieri dell'irrealtà nella quale esistiamo.
A forza di negare la realtà dell'imprevedibile, del non quantificabile, del non misurabile, del non governabile affoghiamo nella paura; anziché praticare l'umiltà del dubbio, esasperiamo la certezza e, in questo, la nostra de-generazione.
domenica 9 ottobre 2016
Dobbiamo ri-appropriarci della realtà (Marco Emanuele)
E' venuto il tempo di lavorare nel progetto umano per un "progetto di civiltà". La difficoltà più grande sembra essere quella di ri-appropriarci della realtà, a cominciare dalla nostra. Siamo separati dalla verità dinamica della realtà del mondo-della-vita, superficialmente irreali.
Ci limitiamo a vedere la realtà che sembra ma non viviamo la realtà-che-è. Siamo al di qua, esterni alla realtà, esasperiamo la separazione tra noi e i processi storici e la voglia di sopraffazione e di dominio; di fronte ad alcuni fenomeni inaccettabili per la "nostra" morale evochiamo i "nostri" valori e usiamo espressioni di non senso come "comunità internazionale" o "società civile", come se esistessero. Il "circo mediatico" ci mostra il peggio e il meglio senza distinzione, tutto insieme in un "blob" che a tutto serve tranne che a renderci consapevoli della realtà, dunque non serve, anzi è dannoso e pericoloso.
Giochiamo con la paura, lasciamo fare agli istinti primordiali, abbiamo reso la vita una merce di scambio e ci lasciamo irretire dal pettegolezzo televisivo che abbassa le nostre difese immunitarie in termini di civiltà. Non ci preoccupiamo del "fine" di ciò che facciamo perché non c'è un "fine". Solo il ri-appropriarci della realtà può salvarci; il resto è de-generazione di ciascuno di noi, dell'umanità, della realtà.
Ci limitiamo a vedere la realtà che sembra ma non viviamo la realtà-che-è. Siamo al di qua, esterni alla realtà, esasperiamo la separazione tra noi e i processi storici e la voglia di sopraffazione e di dominio; di fronte ad alcuni fenomeni inaccettabili per la "nostra" morale evochiamo i "nostri" valori e usiamo espressioni di non senso come "comunità internazionale" o "società civile", come se esistessero. Il "circo mediatico" ci mostra il peggio e il meglio senza distinzione, tutto insieme in un "blob" che a tutto serve tranne che a renderci consapevoli della realtà, dunque non serve, anzi è dannoso e pericoloso.
Giochiamo con la paura, lasciamo fare agli istinti primordiali, abbiamo reso la vita una merce di scambio e ci lasciamo irretire dal pettegolezzo televisivo che abbassa le nostre difese immunitarie in termini di civiltà. Non ci preoccupiamo del "fine" di ciò che facciamo perché non c'è un "fine". Solo il ri-appropriarci della realtà può salvarci; il resto è de-generazione di ciascuno di noi, dell'umanità, della realtà.
A forza di certezze, de-generiamo (Marco Emanuele)
La con-vivenza umana appare seriamente minacciata nell'assolutizzazione delle certezze; e lo vediamo in ogni ambito della nostra vita, laddove ci rinfacciamo certezze come armi, Particolarmente evidente in quella che ancora chiamiamo "politica", la guerra delle certezze sta diventando una guerra per la conquista della verità.
Scrivevo che dobbiamo de-dogmatizzarci per comprendere che la verità-della-realtà non è un trofeo da vincere ma un lungo processo da con-dividere e da costruire insieme. Eppure, continuiamo a guardare alla verità come a un qualcosa da conquistare, a un qualcosa di "esclusivo" e a vantaggio di pochi dominanti, di coloro che hanno capito tutto. In noi, viviamo questa considerazione della verità nel rafforzamento delle nostre certezze, incarnando la necessità della verità nei termini della nostra "dovuta" realizzazione competitiva sulla base della certezza di ciò che presumiamo di essere, centro e non parte della storia comune.
E' a forza di alimentare il "noi certo" che de-generiamo e ci ritroviamo incapaci di umanità. E qui, io credo, sta tutto il dramma del nostro tempo, omologati e massificati in una "umanità sommatoria" che non sa guardarsi dentro per ri-trovarsi nell' "oltre" di un "progetto umano" ma che si limita a esistere, separandosi sempre di più nel dis-umano trionfante.
Scrivevo che dobbiamo de-dogmatizzarci per comprendere che la verità-della-realtà non è un trofeo da vincere ma un lungo processo da con-dividere e da costruire insieme. Eppure, continuiamo a guardare alla verità come a un qualcosa da conquistare, a un qualcosa di "esclusivo" e a vantaggio di pochi dominanti, di coloro che hanno capito tutto. In noi, viviamo questa considerazione della verità nel rafforzamento delle nostre certezze, incarnando la necessità della verità nei termini della nostra "dovuta" realizzazione competitiva sulla base della certezza di ciò che presumiamo di essere, centro e non parte della storia comune.
E' a forza di alimentare il "noi certo" che de-generiamo e ci ritroviamo incapaci di umanità. E qui, io credo, sta tutto il dramma del nostro tempo, omologati e massificati in una "umanità sommatoria" che non sa guardarsi dentro per ri-trovarsi nell' "oltre" di un "progetto umano" ma che si limita a esistere, separandosi sempre di più nel dis-umano trionfante.
Relativizziamoci, de-dogmatizziamoci, dis-armiamoci (Marco Emanuele)
Ogni domenica Papa Francesco ci ricorda le miserie del mondo, che sono le nostre. Egli è rimasto l'unica figura di riferimento a livello mondiale, l'unico che "incarna" le sue parole nella realtà del mondo-della-vita.
Mi colpisce l'affollamento delle masse che vanno alle funzioni del Papa e che, dopo aver preso atto delle sue parole, faticano a trasferire nella propria responsabilità storica gli atti conseguenti. Le parole infatti, non solo quelle del Papa, non sono mai "neutre".
La mancata "incarnazione" del messaggio ci dice quanto sia "potente" la certezza.di noi. Ed è quella che dobbiamo vincere, se vogliamo ri-tornare umani.
Il titolo di questo post indica un percorso possibile, quello di relativizzarci, de-dogmatizzarci, dis-armarci. Infatti, attraverso il dubbio-di-noi, abbiamo la responsabilità di ri-trovare, nel nostro "profondo", la forza dell'incertezza, una concreta speranza nella vita e di aiutarci a vivere la relazione-in-noi e con/in ogni altro-DI-noi, differente e non diverso.
Poco spesso ri-flettiamo su come stiamo involvendo nel dis-umano, "prigionieri" nell'assolutizzazione delle nostre certezze e nella pratica della competizione esasperata. Per ri-tornare umani, siamo chiamati a "smontare" gli altari di non senso che ci siamo costruiti e, progressivamente, a ri-pensare a una con-vivenza degna di questo nome.
Mi colpisce l'affollamento delle masse che vanno alle funzioni del Papa e che, dopo aver preso atto delle sue parole, faticano a trasferire nella propria responsabilità storica gli atti conseguenti. Le parole infatti, non solo quelle del Papa, non sono mai "neutre".
La mancata "incarnazione" del messaggio ci dice quanto sia "potente" la certezza.di noi. Ed è quella che dobbiamo vincere, se vogliamo ri-tornare umani.
Il titolo di questo post indica un percorso possibile, quello di relativizzarci, de-dogmatizzarci, dis-armarci. Infatti, attraverso il dubbio-di-noi, abbiamo la responsabilità di ri-trovare, nel nostro "profondo", la forza dell'incertezza, una concreta speranza nella vita e di aiutarci a vivere la relazione-in-noi e con/in ogni altro-DI-noi, differente e non diverso.
Poco spesso ri-flettiamo su come stiamo involvendo nel dis-umano, "prigionieri" nell'assolutizzazione delle nostre certezze e nella pratica della competizione esasperata. Per ri-tornare umani, siamo chiamati a "smontare" gli altari di non senso che ci siamo costruiti e, progressivamente, a ri-pensare a una con-vivenza degna di questo nome.
Pensiero critico nella realtà (Marco Emanuele)
Sempre di più si nota, girando per le strade, guardando gli occhi della "gente", una esasperazione che ci contagia, che si allarga a macchia d'olio, che sembra essere la cifra di questo tempo globalizzato e solo competitivo. Si è spezzato il legame "intimo" tra le persone, la forza della relazione e ciò che conta sembra essere il "risultato", l' "obiettivo", dimenticato il pensiero. In questo, la politica si è fatta "vuoto" e "casta" e gli intellettuali si limitano a commentare l'apparente, l'imminente, a servire il principe di turno o ad assecondare gli umori profondi di popoli-massa.
Chi scrive pensa che sia necessario lavorare per un "progetto di civiltà". Siamo "primitivi sviluppati", immersi in una idea totalitaria "4.0" e, se fossimo onesti intellettualmente, dovremmo prendere atto che è così; e noi, a costo di apparire impopolari, lo diciamo.
Domina un "pensiero del niente", irreale. Nel silenzio del progetto umano, forze potentissime tentano di renderci umani "disponibili", servizievoli, paurosi, ricattati. E ci riescono, dandoci speranze irrealizzabili se non per pochi, mostrandoci le luci accecanti di una globalizzazione che separa e ci rende clienti nel "supermarket dell'imminenza". Non vale più il pensiero antagonista ma, oggi più che mai, ci vuole un'alleanza progettuale e strategica fra tutti coloro che amano il pensiero critico nella realtà.
Chi scrive pensa che sia necessario lavorare per un "progetto di civiltà". Siamo "primitivi sviluppati", immersi in una idea totalitaria "4.0" e, se fossimo onesti intellettualmente, dovremmo prendere atto che è così; e noi, a costo di apparire impopolari, lo diciamo.
Domina un "pensiero del niente", irreale. Nel silenzio del progetto umano, forze potentissime tentano di renderci umani "disponibili", servizievoli, paurosi, ricattati. E ci riescono, dandoci speranze irrealizzabili se non per pochi, mostrandoci le luci accecanti di una globalizzazione che separa e ci rende clienti nel "supermarket dell'imminenza". Non vale più il pensiero antagonista ma, oggi più che mai, ci vuole un'alleanza progettuale e strategica fra tutti coloro che amano il pensiero critico nella realtà.
sabato 8 ottobre 2016
Il dubbio svela il "profondo" di noi e della realtà (Marco Emanuele)
Anziché ri-fletterci nella realtà, assolutizziamo le nostre "certezze-illusioni"; è assai pericoloso guardare alla nostra realtà personale e alla realtà globale come se fossero "paradisi di perfezione", così rendendoli "inferni d'irrealtà".
Il dubbio ci fa paura perché, attraverso di esso, scopriremmo cosa si nasconde nel "profondo" di noi e della realtà; preferiamo, invece, "negarci" a ciò-che-siamo, continuando a nascondere le nostre contraddizioni che, anziché eliminarsi (come vorremmo) o mediarsi (come dovremmo), si assolutizzano e rischiano di manifestarsi sempre più spesso in maniera imprevedibile nel dis-umano dominante e trionfante.
Accogliere in noi la sfida del dubbio significa "rischiare" positivamente, lavorando pazientemente a togliere il velo d'ipocrisia che abbiamo calato tra noi e la realtà, a cominciare dalla nostra relazione con noi stessi. Il "metodo del dubbio" è tutt'altro che indolore ma appartiene a quei "traumi" che bisogna vivere per ri-tornare a vivere.
Il dubbio è in noi, è una nostra facoltà, un nostro talento e il suo esercizio è esercizio di consapevolezza e di responsabilità storica dell'essere umano che, progressivamente, "si fa" persona umana-soggetto storico.
Il dubbio scopre e ci svela le nostre contraddizioni e ci "restituisce" ad esse, ci ri-congiunge con la verità dinamica di noi e con la verità dinamica del mondo-della-vita, facendoci ri-appropriare della realtà.
Il dubbio è "anima" del pensiero critico e di quella che chiamo "filosofia della ri-appropriazione".
Il dubbio ci fa paura perché, attraverso di esso, scopriremmo cosa si nasconde nel "profondo" di noi e della realtà; preferiamo, invece, "negarci" a ciò-che-siamo, continuando a nascondere le nostre contraddizioni che, anziché eliminarsi (come vorremmo) o mediarsi (come dovremmo), si assolutizzano e rischiano di manifestarsi sempre più spesso in maniera imprevedibile nel dis-umano dominante e trionfante.
Accogliere in noi la sfida del dubbio significa "rischiare" positivamente, lavorando pazientemente a togliere il velo d'ipocrisia che abbiamo calato tra noi e la realtà, a cominciare dalla nostra relazione con noi stessi. Il "metodo del dubbio" è tutt'altro che indolore ma appartiene a quei "traumi" che bisogna vivere per ri-tornare a vivere.
Il dubbio è in noi, è una nostra facoltà, un nostro talento e il suo esercizio è esercizio di consapevolezza e di responsabilità storica dell'essere umano che, progressivamente, "si fa" persona umana-soggetto storico.
Il dubbio scopre e ci svela le nostre contraddizioni e ci "restituisce" ad esse, ci ri-congiunge con la verità dinamica di noi e con la verità dinamica del mondo-della-vita, facendoci ri-appropriare della realtà.
Il dubbio è "anima" del pensiero critico e di quella che chiamo "filosofia della ri-appropriazione".
venerdì 7 ottobre 2016
Il dubbio per il progetto umano e per un "progetto di civiltà" (Marco Emanuele)
L'umanità è giunta a un bivio: o continuare a "radicalizzarsi" nelle certezze o aprirsi al dubbio, ri-trovando la via del progetto umano e di un "progetto di civiltà".
Avvolti nella paura, abbiamo molti segnali che ci chiamano a un cambiamento radicale. L'informazione, per cominciare, si è fatta "circo mediatico" e ci mostra tutto e il contrario di tutto in una sorta di "festival della massificazione" nel quale diventa sempre più difficile dare il "giusto" nome alle cose e cogliere i "segni dei tempi" e le loro interrelazioni.
Il dubbio ci permette di avere un approccio critico nei confronti dei tentativi sempre più evidenti di omologazione e di massificazione. Il pensiero critico, pensiero nella realtà, è fondamentale per dare libertà all'intelletto, liberandolo nella realtà contraddittoria e incerta del mondo-della-vita e dei mondi-della-vita. Il pensiero critico è pensiero dubbioso, consapevole che la certezza non basta a spiegare l'intera realtà, nostra e globale.
Siamo in un momento storico nel quale l'imprevedibile si fa sempre di più reale e dobbiamo continuare a chiederci che cos'è la realtà e le ragioni dei modi della sua evoluzione e riuscire ad accogliere in noi l'importanza strategica del dubbio.
Solo il pensiero critico ci aiuta a rompere le illusioni che ci fanno de-generare, proprio nel darci la sensazione di aver capito tutto, di poter classificare ogni processo vitale, di poter quantificare e misurare la realtà e ogni realtà secondo un modello pre-definito. Sono illusioni che non esito a definire "totalitarie".
Ricordiamo, tra le illusioni delle quali siamo "prigionieri", che diventano assolutizzazione delle nostre certezze e che rischiano di diventare ossessioni: l'illusione valoriale, l'illusione identitaria, l'illusione democratica, l'illusione dell'auto-referenzialità del mercato, l'illusione della sicurezza.
Avvolti nella paura, abbiamo molti segnali che ci chiamano a un cambiamento radicale. L'informazione, per cominciare, si è fatta "circo mediatico" e ci mostra tutto e il contrario di tutto in una sorta di "festival della massificazione" nel quale diventa sempre più difficile dare il "giusto" nome alle cose e cogliere i "segni dei tempi" e le loro interrelazioni.
Il dubbio ci permette di avere un approccio critico nei confronti dei tentativi sempre più evidenti di omologazione e di massificazione. Il pensiero critico, pensiero nella realtà, è fondamentale per dare libertà all'intelletto, liberandolo nella realtà contraddittoria e incerta del mondo-della-vita e dei mondi-della-vita. Il pensiero critico è pensiero dubbioso, consapevole che la certezza non basta a spiegare l'intera realtà, nostra e globale.
Siamo in un momento storico nel quale l'imprevedibile si fa sempre di più reale e dobbiamo continuare a chiederci che cos'è la realtà e le ragioni dei modi della sua evoluzione e riuscire ad accogliere in noi l'importanza strategica del dubbio.
Solo il pensiero critico ci aiuta a rompere le illusioni che ci fanno de-generare, proprio nel darci la sensazione di aver capito tutto, di poter classificare ogni processo vitale, di poter quantificare e misurare la realtà e ogni realtà secondo un modello pre-definito. Sono illusioni che non esito a definire "totalitarie".
Ricordiamo, tra le illusioni delle quali siamo "prigionieri", che diventano assolutizzazione delle nostre certezze e che rischiano di diventare ossessioni: l'illusione valoriale, l'illusione identitaria, l'illusione democratica, l'illusione dell'auto-referenzialità del mercato, l'illusione della sicurezza.
Dobbiamo vincere la paura del dubbio (Marco Emanuele)
I più pensano al dubbio come a un segno di debolezza, quasi di resa alla incapacità di competere, di mostrarsi vincenti, di sopraffare, di dominare. Chi ha dubbi, e li mostra, viene additato come un perdente, uno sconfitto, uno che non ha chances di farcela; perché, si dice, la verità risiede nella certezza di ciò che pensiamo di conoscere, della "nostra" identità, dei "nostri" valori. E' una certezza che diventa auto-referenzialità, chiusura, muro culturale, galera di "non senso".
In questa certezza assolutizzata sembriamo avere tutto ciò che ci serve per vivere ma, in realtà, de-generiamo; è il circolo vizioso del "supermarket dell'imminenza", dove tutto è possibile (basta volerlo), dove la nostra responsabilità di ri-cerca nella complessità della realtà viene cancellata.
Siamo sopraffatti e dominati dalla certezza che diventa "bisogno" e ci schiaccia. Eppure il dubbio è la nostra possibilità di liberarci ed è a disposizione dentro di noi; certo non si trova nel "supermarket dell'imminenza", non è in vendita. Dobbiamo vincere la paura del dubbio, accoglierlo nella nostra vita per cominciare a staccarci progressivamente da certezze che ci portano nella violenza di una verità acquisita come "nostra" e immutabile" in un "qui e ora" inteso come "eterno presente".
In questa certezza assolutizzata sembriamo avere tutto ciò che ci serve per vivere ma, in realtà, de-generiamo; è il circolo vizioso del "supermarket dell'imminenza", dove tutto è possibile (basta volerlo), dove la nostra responsabilità di ri-cerca nella complessità della realtà viene cancellata.
Siamo sopraffatti e dominati dalla certezza che diventa "bisogno" e ci schiaccia. Eppure il dubbio è la nostra possibilità di liberarci ed è a disposizione dentro di noi; certo non si trova nel "supermarket dell'imminenza", non è in vendita. Dobbiamo vincere la paura del dubbio, accoglierlo nella nostra vita per cominciare a staccarci progressivamente da certezze che ci portano nella violenza di una verità acquisita come "nostra" e immutabile" in un "qui e ora" inteso come "eterno presente".
Il dubbio come necessità strategica (Marco Emanuele)
Avere dubbi significa ri-cercare l' "oltre" dentro di noi. Un "oltre" che è il nostro divenire, mai lineare e certo. Il "metodo del dubbio" ci aiuta a viverci con realismo, a comprenderci e a com-prenderci per ciò che siamo.
L'esasperazione delle nostre certezze ci porta "al di qua" di noi (potrei dire un passo indietro rispetto alla nostra "vera" natura), ci rende - al contempo - onnipotenti ai nostri occhi e irreali rispetto alla realtà del mondo-della-vita; così de-generiamo, "ostaggi" delle nostre certezze consolidate e non problematizzate.
Il dubbio agisce dentro di noi come un trauma di ri-nascita, contribuendo a de-assolutizzarci e in alcuni casi a de-dogmatizzarci.
Il dubbio ci ri-chiama alla nostra "naturale" condizione d'incertezza e d'imprevedibilità, ri-portandoci a vivere, cioè a calarci nella nostra complessità. Attraverso il dubbio ci ri-scopriamo, ri-trovando in noi e nella realtà la vitalità della ri-cerca.
Mai come oggi, nel mondo a-polare e solo ed esasperatamente competitivo e nella dis-umanità trionfante, c'è bisogno di dubbio. E' una necessità che si sta affermando come strategica, del dubbio come "anima" di un "progetto di civiltà".
L'esasperazione delle nostre certezze ci porta "al di qua" di noi (potrei dire un passo indietro rispetto alla nostra "vera" natura), ci rende - al contempo - onnipotenti ai nostri occhi e irreali rispetto alla realtà del mondo-della-vita; così de-generiamo, "ostaggi" delle nostre certezze consolidate e non problematizzate.
Il dubbio agisce dentro di noi come un trauma di ri-nascita, contribuendo a de-assolutizzarci e in alcuni casi a de-dogmatizzarci.
Il dubbio ci ri-chiama alla nostra "naturale" condizione d'incertezza e d'imprevedibilità, ri-portandoci a vivere, cioè a calarci nella nostra complessità. Attraverso il dubbio ci ri-scopriamo, ri-trovando in noi e nella realtà la vitalità della ri-cerca.
Mai come oggi, nel mondo a-polare e solo ed esasperatamente competitivo e nella dis-umanità trionfante, c'è bisogno di dubbio. E' una necessità che si sta affermando come strategica, del dubbio come "anima" di un "progetto di civiltà".
giovedì 6 ottobre 2016
Dubbio e verità-in-formazione (Marco Emanuele)
Il dubbio ci aiuta a ri-scoprire la verità-in-formazione che è verità della e nella realtà che si ri-crea in ogni istante della storia attraverso l'esercizio della nostra responsabilità. Il dubbio ci aiuta a mediare e a superare la paura tra la nostra "piccolezza" e l'immensità della realtà; troppo spesso, infatti, abbiamo paura e ci rifugiamo nella nostra presunta onnipotenza che esprimiamo attraverso l'esaltazione delle nostre certezze. Qui è in discussione il dubbio in-quanto-tale, la possibilità per ciascuno di noi, qualunque sia l'appartenenza culturale e religiosa, di poter contribuire a costruire la verità dinamica della realtà, verità-in-formazione.
La verità della realtà non appartiene a qualcuno anziché a qualcun altro ma è "nutrimento" per l'intera e unica umanità, nonché il terreno neutro nel quale tutti ci possiamo specchiare ma che nessuno può pensare di detenere. Nel '900 che ci siamo lasciati alle spalle, non del tutto dal punto di vista culturale, abbiamo visto la tragedia delle esperienze totalitarie: assolutizzazione delle certezze, vuoto della politica, assenza di dubbio. E violenza, morte e null'altro.
Non ci sfiora il dubbio (Marco Emanuele)
Non ci sfiora il dubbio che le nostre certezze "a ogni costo" possano diventare gabbie, galere di non senso, auto-giustificazioni della nostra incapacità di vivere la realtà per quella-che-è. Non ci sfiora il dubbio che problematizzare le nostre certezze sia necessario e urgente, che la cultura del dubbio ci permetta di guardare dentro la realtà per "guardare oltre".
Attraverso il dubbio possiamo diventare umani. Nell'epoca della "connessione competitiva", superficiale, di ciò che vediamo, abbiamo bisogno di ri-connetterci con la realtà, di ri-appropriarcene, a cominciare dalla nostra personale. E la realtà, si sa, non evolve secondo modelli pre-stabiliti, lineari ma ci supera e ci sorprende e, se non la comprendiamo e com-prendiamo in noi, ci travolge. La realtà fa il suo gioco, complessa e imprevedibile, e noi ci limitiamo a guardarla come se fossimo "al di qua", un passo prima, estranei.
Abbiamo bisogno di dubbio, oggi più che mai, di quella scintilla che ci faccia ri-tornare alle domande fondamentali sull'uomo e sulla con-vivenza, vincendo quell'ansia da risposte che serve solo a competere e che ci fa guardare dritto, cancellati dal nostra sguardo i "mondi laterali".
Il dubbio è un mistero e un tesoro e, anche se non sappiamo il perché, ci manca molto.
Attraverso il dubbio possiamo diventare umani. Nell'epoca della "connessione competitiva", superficiale, di ciò che vediamo, abbiamo bisogno di ri-connetterci con la realtà, di ri-appropriarcene, a cominciare dalla nostra personale. E la realtà, si sa, non evolve secondo modelli pre-stabiliti, lineari ma ci supera e ci sorprende e, se non la comprendiamo e com-prendiamo in noi, ci travolge. La realtà fa il suo gioco, complessa e imprevedibile, e noi ci limitiamo a guardarla come se fossimo "al di qua", un passo prima, estranei.
Abbiamo bisogno di dubbio, oggi più che mai, di quella scintilla che ci faccia ri-tornare alle domande fondamentali sull'uomo e sulla con-vivenza, vincendo quell'ansia da risposte che serve solo a competere e che ci fa guardare dritto, cancellati dal nostra sguardo i "mondi laterali".
Il dubbio è un mistero e un tesoro e, anche se non sappiamo il perché, ci manca molto.
mercoledì 5 ottobre 2016
L'importanza del dubbio (Marco Emanuele)
Di fronte al dominio della "certezza", la parola "dubbio" assume una importanza strategica. Sapere di non sapere è la condizione per conoscere, con-naitre, ri-nascere insieme nella realtà, ri-sorgere.
Il "dubbio" è pienamente umano e solo quello è ri-cerca, ri-flessione, movimento intimo e profondo nelle contraddizioni che vivono in ciascuno di noi, mondi-della-vita, e nella realtù globale.
Avere dubbi è fondamentale in un momento storico in cui neghiamo le informalità e le transizioni della realtà che, non comprese e non com-prese in noi, ci travolgono e ci rendono dis-umani.
Se in molti pensano di essere e di detenere la verità della realtà, noi pensiamo che essa vada respirata e vissuta attraverso la gioia e la fatica del dubbio che, meravigliosamente fragile, è il dato naturale della nostra condizione umana.
Il "dubbio" è pienamente umano e solo quello è ri-cerca, ri-flessione, movimento intimo e profondo nelle contraddizioni che vivono in ciascuno di noi, mondi-della-vita, e nella realtù globale.
Avere dubbi è fondamentale in un momento storico in cui neghiamo le informalità e le transizioni della realtà che, non comprese e non com-prese in noi, ci travolgono e ci rendono dis-umani.
Se in molti pensano di essere e di detenere la verità della realtà, noi pensiamo che essa vada respirata e vissuta attraverso la gioia e la fatica del dubbio che, meravigliosamente fragile, è il dato naturale della nostra condizione umana.
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