Non comprendiamo l'imprevedibile ma quello governa le nostre vite, è più reale di ciò che vediamo, quantifichiamo, misuriamo, governiamo. Viviamo nella illusione della certezza della prevedibilità, che è "certezza della certezza" perché ci convince che tutto ciò che chiamiamo vita sita sotto il nostro controllo, o almeno lo possa essere. Questo è il segno della nostra dis-umanità.
La dis-umanità è nella nostra convinzione malata di poter aver il mondo ai nostri piedi, di poter essere spettatori dei disastri che vediamo in nome del "non dipendono da noi". Cancelliamo ogni nostra responsabilità possibile, classificando gli altri come barbari, come coloro che non accolgono e non praticano i "nostri" valori, diversi.
Abbiamo un atteggiamento lineare nei confronti delle culture differenti dalla nostra e ci guardiamo bene dal lasciarci "contaminare"; rifiutiamo il meticciato in nome della nostra presunta purezza, della certezza della nostra identità. Non consideriamo le informalità e le transizioni come parte fondamentale della realtà - dunque non abbiamo un pensiero laterale, profondo, critico - e questo ci porta a subire la realtà stessa, prigionieri dell'irrealtà nella quale esistiamo.
A forza di negare la realtà dell'imprevedibile, del non quantificabile, del non misurabile, del non governabile affoghiamo nella paura; anziché praticare l'umiltà del dubbio, esasperiamo la certezza e, in questo, la nostra de-generazione.
Il Dubbio
di Marco Emanuele
domenica 9 ottobre 2016
Dobbiamo ri-appropriarci della realtà (Marco Emanuele)
E' venuto il tempo di lavorare nel progetto umano per un "progetto di civiltà". La difficoltà più grande sembra essere quella di ri-appropriarci della realtà, a cominciare dalla nostra. Siamo separati dalla verità dinamica della realtà del mondo-della-vita, superficialmente irreali.
Ci limitiamo a vedere la realtà che sembra ma non viviamo la realtà-che-è. Siamo al di qua, esterni alla realtà, esasperiamo la separazione tra noi e i processi storici e la voglia di sopraffazione e di dominio; di fronte ad alcuni fenomeni inaccettabili per la "nostra" morale evochiamo i "nostri" valori e usiamo espressioni di non senso come "comunità internazionale" o "società civile", come se esistessero. Il "circo mediatico" ci mostra il peggio e il meglio senza distinzione, tutto insieme in un "blob" che a tutto serve tranne che a renderci consapevoli della realtà, dunque non serve, anzi è dannoso e pericoloso.
Giochiamo con la paura, lasciamo fare agli istinti primordiali, abbiamo reso la vita una merce di scambio e ci lasciamo irretire dal pettegolezzo televisivo che abbassa le nostre difese immunitarie in termini di civiltà. Non ci preoccupiamo del "fine" di ciò che facciamo perché non c'è un "fine". Solo il ri-appropriarci della realtà può salvarci; il resto è de-generazione di ciascuno di noi, dell'umanità, della realtà.
Ci limitiamo a vedere la realtà che sembra ma non viviamo la realtà-che-è. Siamo al di qua, esterni alla realtà, esasperiamo la separazione tra noi e i processi storici e la voglia di sopraffazione e di dominio; di fronte ad alcuni fenomeni inaccettabili per la "nostra" morale evochiamo i "nostri" valori e usiamo espressioni di non senso come "comunità internazionale" o "società civile", come se esistessero. Il "circo mediatico" ci mostra il peggio e il meglio senza distinzione, tutto insieme in un "blob" che a tutto serve tranne che a renderci consapevoli della realtà, dunque non serve, anzi è dannoso e pericoloso.
Giochiamo con la paura, lasciamo fare agli istinti primordiali, abbiamo reso la vita una merce di scambio e ci lasciamo irretire dal pettegolezzo televisivo che abbassa le nostre difese immunitarie in termini di civiltà. Non ci preoccupiamo del "fine" di ciò che facciamo perché non c'è un "fine". Solo il ri-appropriarci della realtà può salvarci; il resto è de-generazione di ciascuno di noi, dell'umanità, della realtà.
A forza di certezze, de-generiamo (Marco Emanuele)
La con-vivenza umana appare seriamente minacciata nell'assolutizzazione delle certezze; e lo vediamo in ogni ambito della nostra vita, laddove ci rinfacciamo certezze come armi, Particolarmente evidente in quella che ancora chiamiamo "politica", la guerra delle certezze sta diventando una guerra per la conquista della verità.
Scrivevo che dobbiamo de-dogmatizzarci per comprendere che la verità-della-realtà non è un trofeo da vincere ma un lungo processo da con-dividere e da costruire insieme. Eppure, continuiamo a guardare alla verità come a un qualcosa da conquistare, a un qualcosa di "esclusivo" e a vantaggio di pochi dominanti, di coloro che hanno capito tutto. In noi, viviamo questa considerazione della verità nel rafforzamento delle nostre certezze, incarnando la necessità della verità nei termini della nostra "dovuta" realizzazione competitiva sulla base della certezza di ciò che presumiamo di essere, centro e non parte della storia comune.
E' a forza di alimentare il "noi certo" che de-generiamo e ci ritroviamo incapaci di umanità. E qui, io credo, sta tutto il dramma del nostro tempo, omologati e massificati in una "umanità sommatoria" che non sa guardarsi dentro per ri-trovarsi nell' "oltre" di un "progetto umano" ma che si limita a esistere, separandosi sempre di più nel dis-umano trionfante.
Scrivevo che dobbiamo de-dogmatizzarci per comprendere che la verità-della-realtà non è un trofeo da vincere ma un lungo processo da con-dividere e da costruire insieme. Eppure, continuiamo a guardare alla verità come a un qualcosa da conquistare, a un qualcosa di "esclusivo" e a vantaggio di pochi dominanti, di coloro che hanno capito tutto. In noi, viviamo questa considerazione della verità nel rafforzamento delle nostre certezze, incarnando la necessità della verità nei termini della nostra "dovuta" realizzazione competitiva sulla base della certezza di ciò che presumiamo di essere, centro e non parte della storia comune.
E' a forza di alimentare il "noi certo" che de-generiamo e ci ritroviamo incapaci di umanità. E qui, io credo, sta tutto il dramma del nostro tempo, omologati e massificati in una "umanità sommatoria" che non sa guardarsi dentro per ri-trovarsi nell' "oltre" di un "progetto umano" ma che si limita a esistere, separandosi sempre di più nel dis-umano trionfante.
Relativizziamoci, de-dogmatizziamoci, dis-armiamoci (Marco Emanuele)
Ogni domenica Papa Francesco ci ricorda le miserie del mondo, che sono le nostre. Egli è rimasto l'unica figura di riferimento a livello mondiale, l'unico che "incarna" le sue parole nella realtà del mondo-della-vita.
Mi colpisce l'affollamento delle masse che vanno alle funzioni del Papa e che, dopo aver preso atto delle sue parole, faticano a trasferire nella propria responsabilità storica gli atti conseguenti. Le parole infatti, non solo quelle del Papa, non sono mai "neutre".
La mancata "incarnazione" del messaggio ci dice quanto sia "potente" la certezza.di noi. Ed è quella che dobbiamo vincere, se vogliamo ri-tornare umani.
Il titolo di questo post indica un percorso possibile, quello di relativizzarci, de-dogmatizzarci, dis-armarci. Infatti, attraverso il dubbio-di-noi, abbiamo la responsabilità di ri-trovare, nel nostro "profondo", la forza dell'incertezza, una concreta speranza nella vita e di aiutarci a vivere la relazione-in-noi e con/in ogni altro-DI-noi, differente e non diverso.
Poco spesso ri-flettiamo su come stiamo involvendo nel dis-umano, "prigionieri" nell'assolutizzazione delle nostre certezze e nella pratica della competizione esasperata. Per ri-tornare umani, siamo chiamati a "smontare" gli altari di non senso che ci siamo costruiti e, progressivamente, a ri-pensare a una con-vivenza degna di questo nome.
Mi colpisce l'affollamento delle masse che vanno alle funzioni del Papa e che, dopo aver preso atto delle sue parole, faticano a trasferire nella propria responsabilità storica gli atti conseguenti. Le parole infatti, non solo quelle del Papa, non sono mai "neutre".
La mancata "incarnazione" del messaggio ci dice quanto sia "potente" la certezza.di noi. Ed è quella che dobbiamo vincere, se vogliamo ri-tornare umani.
Il titolo di questo post indica un percorso possibile, quello di relativizzarci, de-dogmatizzarci, dis-armarci. Infatti, attraverso il dubbio-di-noi, abbiamo la responsabilità di ri-trovare, nel nostro "profondo", la forza dell'incertezza, una concreta speranza nella vita e di aiutarci a vivere la relazione-in-noi e con/in ogni altro-DI-noi, differente e non diverso.
Poco spesso ri-flettiamo su come stiamo involvendo nel dis-umano, "prigionieri" nell'assolutizzazione delle nostre certezze e nella pratica della competizione esasperata. Per ri-tornare umani, siamo chiamati a "smontare" gli altari di non senso che ci siamo costruiti e, progressivamente, a ri-pensare a una con-vivenza degna di questo nome.
Pensiero critico nella realtà (Marco Emanuele)
Sempre di più si nota, girando per le strade, guardando gli occhi della "gente", una esasperazione che ci contagia, che si allarga a macchia d'olio, che sembra essere la cifra di questo tempo globalizzato e solo competitivo. Si è spezzato il legame "intimo" tra le persone, la forza della relazione e ciò che conta sembra essere il "risultato", l' "obiettivo", dimenticato il pensiero. In questo, la politica si è fatta "vuoto" e "casta" e gli intellettuali si limitano a commentare l'apparente, l'imminente, a servire il principe di turno o ad assecondare gli umori profondi di popoli-massa.
Chi scrive pensa che sia necessario lavorare per un "progetto di civiltà". Siamo "primitivi sviluppati", immersi in una idea totalitaria "4.0" e, se fossimo onesti intellettualmente, dovremmo prendere atto che è così; e noi, a costo di apparire impopolari, lo diciamo.
Domina un "pensiero del niente", irreale. Nel silenzio del progetto umano, forze potentissime tentano di renderci umani "disponibili", servizievoli, paurosi, ricattati. E ci riescono, dandoci speranze irrealizzabili se non per pochi, mostrandoci le luci accecanti di una globalizzazione che separa e ci rende clienti nel "supermarket dell'imminenza". Non vale più il pensiero antagonista ma, oggi più che mai, ci vuole un'alleanza progettuale e strategica fra tutti coloro che amano il pensiero critico nella realtà.
Chi scrive pensa che sia necessario lavorare per un "progetto di civiltà". Siamo "primitivi sviluppati", immersi in una idea totalitaria "4.0" e, se fossimo onesti intellettualmente, dovremmo prendere atto che è così; e noi, a costo di apparire impopolari, lo diciamo.
Domina un "pensiero del niente", irreale. Nel silenzio del progetto umano, forze potentissime tentano di renderci umani "disponibili", servizievoli, paurosi, ricattati. E ci riescono, dandoci speranze irrealizzabili se non per pochi, mostrandoci le luci accecanti di una globalizzazione che separa e ci rende clienti nel "supermarket dell'imminenza". Non vale più il pensiero antagonista ma, oggi più che mai, ci vuole un'alleanza progettuale e strategica fra tutti coloro che amano il pensiero critico nella realtà.
sabato 8 ottobre 2016
Il dubbio svela il "profondo" di noi e della realtà (Marco Emanuele)
Anziché ri-fletterci nella realtà, assolutizziamo le nostre "certezze-illusioni"; è assai pericoloso guardare alla nostra realtà personale e alla realtà globale come se fossero "paradisi di perfezione", così rendendoli "inferni d'irrealtà".
Il dubbio ci fa paura perché, attraverso di esso, scopriremmo cosa si nasconde nel "profondo" di noi e della realtà; preferiamo, invece, "negarci" a ciò-che-siamo, continuando a nascondere le nostre contraddizioni che, anziché eliminarsi (come vorremmo) o mediarsi (come dovremmo), si assolutizzano e rischiano di manifestarsi sempre più spesso in maniera imprevedibile nel dis-umano dominante e trionfante.
Accogliere in noi la sfida del dubbio significa "rischiare" positivamente, lavorando pazientemente a togliere il velo d'ipocrisia che abbiamo calato tra noi e la realtà, a cominciare dalla nostra relazione con noi stessi. Il "metodo del dubbio" è tutt'altro che indolore ma appartiene a quei "traumi" che bisogna vivere per ri-tornare a vivere.
Il dubbio è in noi, è una nostra facoltà, un nostro talento e il suo esercizio è esercizio di consapevolezza e di responsabilità storica dell'essere umano che, progressivamente, "si fa" persona umana-soggetto storico.
Il dubbio scopre e ci svela le nostre contraddizioni e ci "restituisce" ad esse, ci ri-congiunge con la verità dinamica di noi e con la verità dinamica del mondo-della-vita, facendoci ri-appropriare della realtà.
Il dubbio è "anima" del pensiero critico e di quella che chiamo "filosofia della ri-appropriazione".
Il dubbio ci fa paura perché, attraverso di esso, scopriremmo cosa si nasconde nel "profondo" di noi e della realtà; preferiamo, invece, "negarci" a ciò-che-siamo, continuando a nascondere le nostre contraddizioni che, anziché eliminarsi (come vorremmo) o mediarsi (come dovremmo), si assolutizzano e rischiano di manifestarsi sempre più spesso in maniera imprevedibile nel dis-umano dominante e trionfante.
Accogliere in noi la sfida del dubbio significa "rischiare" positivamente, lavorando pazientemente a togliere il velo d'ipocrisia che abbiamo calato tra noi e la realtà, a cominciare dalla nostra relazione con noi stessi. Il "metodo del dubbio" è tutt'altro che indolore ma appartiene a quei "traumi" che bisogna vivere per ri-tornare a vivere.
Il dubbio è in noi, è una nostra facoltà, un nostro talento e il suo esercizio è esercizio di consapevolezza e di responsabilità storica dell'essere umano che, progressivamente, "si fa" persona umana-soggetto storico.
Il dubbio scopre e ci svela le nostre contraddizioni e ci "restituisce" ad esse, ci ri-congiunge con la verità dinamica di noi e con la verità dinamica del mondo-della-vita, facendoci ri-appropriare della realtà.
Il dubbio è "anima" del pensiero critico e di quella che chiamo "filosofia della ri-appropriazione".
venerdì 7 ottobre 2016
Il dubbio per il progetto umano e per un "progetto di civiltà" (Marco Emanuele)
L'umanità è giunta a un bivio: o continuare a "radicalizzarsi" nelle certezze o aprirsi al dubbio, ri-trovando la via del progetto umano e di un "progetto di civiltà".
Avvolti nella paura, abbiamo molti segnali che ci chiamano a un cambiamento radicale. L'informazione, per cominciare, si è fatta "circo mediatico" e ci mostra tutto e il contrario di tutto in una sorta di "festival della massificazione" nel quale diventa sempre più difficile dare il "giusto" nome alle cose e cogliere i "segni dei tempi" e le loro interrelazioni.
Il dubbio ci permette di avere un approccio critico nei confronti dei tentativi sempre più evidenti di omologazione e di massificazione. Il pensiero critico, pensiero nella realtà, è fondamentale per dare libertà all'intelletto, liberandolo nella realtà contraddittoria e incerta del mondo-della-vita e dei mondi-della-vita. Il pensiero critico è pensiero dubbioso, consapevole che la certezza non basta a spiegare l'intera realtà, nostra e globale.
Siamo in un momento storico nel quale l'imprevedibile si fa sempre di più reale e dobbiamo continuare a chiederci che cos'è la realtà e le ragioni dei modi della sua evoluzione e riuscire ad accogliere in noi l'importanza strategica del dubbio.
Solo il pensiero critico ci aiuta a rompere le illusioni che ci fanno de-generare, proprio nel darci la sensazione di aver capito tutto, di poter classificare ogni processo vitale, di poter quantificare e misurare la realtà e ogni realtà secondo un modello pre-definito. Sono illusioni che non esito a definire "totalitarie".
Ricordiamo, tra le illusioni delle quali siamo "prigionieri", che diventano assolutizzazione delle nostre certezze e che rischiano di diventare ossessioni: l'illusione valoriale, l'illusione identitaria, l'illusione democratica, l'illusione dell'auto-referenzialità del mercato, l'illusione della sicurezza.
Avvolti nella paura, abbiamo molti segnali che ci chiamano a un cambiamento radicale. L'informazione, per cominciare, si è fatta "circo mediatico" e ci mostra tutto e il contrario di tutto in una sorta di "festival della massificazione" nel quale diventa sempre più difficile dare il "giusto" nome alle cose e cogliere i "segni dei tempi" e le loro interrelazioni.
Il dubbio ci permette di avere un approccio critico nei confronti dei tentativi sempre più evidenti di omologazione e di massificazione. Il pensiero critico, pensiero nella realtà, è fondamentale per dare libertà all'intelletto, liberandolo nella realtà contraddittoria e incerta del mondo-della-vita e dei mondi-della-vita. Il pensiero critico è pensiero dubbioso, consapevole che la certezza non basta a spiegare l'intera realtà, nostra e globale.
Siamo in un momento storico nel quale l'imprevedibile si fa sempre di più reale e dobbiamo continuare a chiederci che cos'è la realtà e le ragioni dei modi della sua evoluzione e riuscire ad accogliere in noi l'importanza strategica del dubbio.
Solo il pensiero critico ci aiuta a rompere le illusioni che ci fanno de-generare, proprio nel darci la sensazione di aver capito tutto, di poter classificare ogni processo vitale, di poter quantificare e misurare la realtà e ogni realtà secondo un modello pre-definito. Sono illusioni che non esito a definire "totalitarie".
Ricordiamo, tra le illusioni delle quali siamo "prigionieri", che diventano assolutizzazione delle nostre certezze e che rischiano di diventare ossessioni: l'illusione valoriale, l'illusione identitaria, l'illusione democratica, l'illusione dell'auto-referenzialità del mercato, l'illusione della sicurezza.
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